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«Menos mal que he traducido. Menos mal que aún puedo traducir.»

Ilide Carmignani

foto de Daniel Mordzinski

Parafraseando a Roberto Bolaño, ( «Menos mal que he leído. Menos mal  que aún puedo leer»),  Ilide Carmignani trata de transmitirnos toda la pasión por su trabajo, ese mismo trabajo que la convirtió, gracias a la maestría con la que lo hace, en la traductora de algunos de los escritores de habla hispana más famosos: Roberto Bolaño, Jorge Luis Borges,  Luis Cernuda, Carlos Fuentes, Gabriel García Márquez, Juan Carlos Onetti, Octavio Paz y Luis Sepúlveda, entre otros. Además, Ilide anima encuentros y seminarios sobre traducción literaria en el espacio dedicado a la traducción de la Feria del Libro de Turín. Organiza, con Stefano Arduini, las jornadas anuales de traducción literaria que tienen lugar en la Universidad de Urbino. Desde el año pasado promueve «Traduttori in movimento», laboratorios para traductores profesionales en el Castillo de  Fosdinovo.

La entrevisté en ocasión del Premio Nacional de Traducción del Ministerio de Bienes y Actividades Culturales y Turismo de la República Italiana que recibió el pasado mes de marzo.

La prima domanda, un po’ banale ma di rigore, ti aspettavi questo premio? È un premio per l’attività complessiva: lo consideri un premio alla carriera? 

No, non me lo aspettavo e proprio per questo sono molto grata. Carriera non è esattamente la parola che userei per un traduttore, troppo sbrilluccicante. Se invece vogliamo parlare di percorso, in effetti il premio arriva dopo un cammino abbastanza lungo: venticinque anni di lavoro, un centinaio di libri tradotti…

Se potessi ricominciare da capo, sceglieresti di nuovo questa professione?

Quando giovanissima bussai alla porta di Fernanda Pivano, una lettera di presentazione di una traduttrice americana nella mano destra e un mazzo di iris nella sinistra, per chiedere consigli su come avviarmi a questo mestiere, rimasi molto male, la Pivano mi scoraggiò: è un lavoro solitario, malpagato, mi disse, fai qualcos’altro. Negli anni ci ho pensato spesso, fu una risposta onesta, è così, la traduzione è un lavoro solitario e malpagato, eppure non solo non mi pento della scelta ma avrei grande difficoltà a concepire la mia esistenza senza la traduzione, senza quest’incessante leggere e scrivere, quest’ininterrotto andirivieni fra le due lingue della mia vita. Suona un po’ sentimentale detto così ma lo spagnolo mi è ormai altrettanto caro dell’italiano, forse di più perché prescelto, se solo fosse possibile amare una lingua più della propria lingua madre. «Meno male che ho letto. Meno male che posso ancora leggere» scriveva Roberto Bolaño. «Meno male che ho tradotto. Meno male che posso ancora tradurre» penso io. Del resto non sono una traduttrice per caso, come si sono definiti colleghi illustri, veterani, che hanno finito per occuparsi di traduzione dopo aver battuto altre vie, e non sono nemmeno una traduttrice occasionale, che ogni tanto coglie un fiore particolarmente profumato nel giardino che coltiva come studiosa o scrittrice. Ho fortemente voluto esercitare la traduzione come mestiere, dedicarle le mie giornate, e le sono sempre rimasta fedele, malgrado i pochi denari e i pochi onori, semplicemente per passione. È che nel mestiere di traduttore non c’è solo la gioia di vivere altre vite, di sfuggire per un po’ ai limiti della propria esistenza, quella è una gioia che conoscono tutti, la gioia del lettore, c’è anche l’infinito piacere di interpretare, e  l’onore (e l’onere) di sapere che la nostra personale lettura sarà oggetto di lettura altrui, la lettura del comune lettore.

 Ti senti un mediatore culturale?

Sì, come tutti i traduttori, credo. Si vive in bilico su una frontiera

In questo periodo in cui si parla insistentemente di crisi dell’editoria, hai avuto la sensazione di un calo di interesse da parte degli editori nei confronti degli autori di lingua spagnola?

Be’, la crisi c’è, e forte, ma secondo me colpisce tutti. Sinceramente non mi sembra che si sia accanita sugli autori di lingua spagnola. Ho notato solo degli slittamenti: case editrici che avevano per prime proposto titoli di questo ambito sono passate a indagare altre aree, in compenso sono subentrati nuovi editori che prima non erano interessati. Credo che lo spazio conquistato dalla Spagna e ancor più dall’America latina nelle librerie sia ormai conquistato per sempre. Lo spagnolo del resto è la lingua di cinquecento milioni di persone, difficile ignorare quella fetta di mondo e di letteratura.

Ci sono  titoli che mancano nei cataloghi delle case editrici italiane, secondo te?

Sì, ci sono sempre, ma mi sembra che case editrici come SUR e la Nuova Frontiera stiano facendo un ottimo lavoro in questo senso.

Negli ultimi anni, correggimi se sbaglio, hai tradotto soprattutto opere di autori che sono dei classici della letteratura. Veri e propri scrittori di culto, come Roberto Bolaño. È il naturale percorso di un traduttore d’esperienza o una tua scelta personale?

Posso solo dire che per me è stata una scelta naturale. Mi piace molto la traduzione in sé, a prescindere dal testo, come attività di mediazione linguistico-culturale, come gioco fra le lingue e fra i lettori, ma ho anche fatto il possibile per lavorare con grandi scrittori o almeno con scrittori che avessero una loro vera originalità. È più difficile perché non hai un linguaggio preconfezionato a cui attingere, è meno remunerativo perché si passa tanto tempo su una pagina, ma è anche più interessante, più coinvolgente. Io sono di natura un po’ irrequieta, mi annoio facilmente.

Sei traduttrice, hai tenuto seminari e corsi sulla traduzione, partecipi  a eventi che ne parlano, organizzi e curi le Giornate della Traduzione Letteraria…  Consiglieresti a un giovane laureato la professione di traduttore letterario? Da dove può cominciare?

Consiglierei questo mestiere solo a chi vuol farlo contra viento y marea, come dicono gli spagnoli, anche se in realtà oggi, diversamente da quanto accadeva ai tempi della Pivano, è difficile consigliare qualsiasi lavoro che abbia a che fare coi libri, con la cultura in generale. È dura la vita dei lavoratori della conoscenza. Per cominciare suggerirei qualche corso specifico, ormai ce ne sono moltissimi, e poi naturalmente bisogna leggere e leggere in entrambe le lingue, e anche esercitarsi a scrivere in italiano.

Hai vinto il Premio Nazionale per la Traduzione. E adesso? Progetti?

Adesso ho dei racconti di Roberto Bolaño per Adelphi e un libro per ragazzi di Luis Sepúlveda per Guanda, due scrittori che mi accompagnano ormai da tempo. Dopodiché mi dedicherò a Octavio Paz, devo tradurre, per i Meridiani Mondadori, Il labirinto della solitudine e altre prose, fra cui un saggio modernissimo sulla traduzione.  Il bello del nostro mestiere è che non ci sono due libri uguali.

SILVIA SICHEL

Silvia Sichel

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