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Jeune Femme Écrivant, 1908, Pierre Bonnard, 1867 - 1947Me dispongo a escribir una entrada sobre un blog interesante que se llama La stanza del traduttore y empiezo preguntándome cómo traducir este nombre (lo voy a traducir al español para este blog).

Se me ocurre el título del ensayo de Virginia Wolf, pero la lengua es un universo demasiado grande para darte una respuesta unívoca.

«Una mujer debe tener dinero y una habitación propia si va a escribir ficción» decía Virginía Wolf en la traducción de Laura Pujol o «Para escribir novelas, una mujer debe tener dinero y un cuarto propio» declaraba Virginia Wolf en la traducción de Jorge Luis Borges.

Apuesto por «El cuarto del traductor».

Me sirvo aquí de las palabras de Virginia Wolf únicamente para subrayar lo importante que es (mujer u hombre que seas) tener un lugar adecuado cuando tu profesión requiere que trabajes muchas horas en casa. Este lugar, por medio de la imaginación y de la historia a la que estás dedicando tus esfuerzos, se alarga a desmedida, puede tener miles de formas o estar dentro de ti, y puede albergar un ser silencioso, muy a menudo un gato, que te regala su discreta compañía.

Por eso, cuando hace un par de años, buceando en la Red, me topé con La stanza del traduttore, me pareció una idea fenomenal y entré enseguida. Encontré un espacio donde el traductor puede hablar un poco de si a través del lugar en el que trabaja, y explicar qué relación tiene con él, qué ve cuando levanta los ojos de la pantalla y los diccionarios, con quién o con qué comparte este espacio, cómo compagina la traducción con todas las demás actividades. Ya son muchos los traductores que han participado, y leyendo las descripciones de sus cuartos encuentro algo en común entre todos, y no me refiero al ordenador, al atril y a los diccionarios, sino a un ambiente creado por el contacto directo con un ser hecho de papel, de palabras y de historias, y a las horas pasadas «hablando solos».

Si les pica la curiosidad de otear en los cuartos de los traductores y tratar de comprender lo que significa trabajar a diario con palabras escritas por otros, entren y echen un vistazo.

En el blog leo que La stanza del traduttore nació el 13 de abril de 2011 de una idea de dos traductoras Elena H Rudolph y Tiziana Cavasino siguiendo la pauta de las Writers’ Rooms del Guardian y de la página Le stanze degli scrittori del archivo Caltari a fin de dar visibilidad al así llamado «autor invisible», o sea, el traductor editorial y literario.

Para descubrir algo más, he pedido a Elena H Rudolph que salga de su cuarto y le he hecho unas cuantas preguntas.

Spigolando in rete, si trovano diversi blog e siti dedicati alla traduzione. C’è una gran voglia da parte dei traduttori di trovare un luogo in cui parlare della propria professione, trasmettere esperienze; si avverte un desiderio acuto di uscire dalla propria stanza, di condividere. L’idea di creare uno spazio in cui il traduttore scrive di sé rispondeva a un tuo personale bisogno di uscire dalla stanza del traduttore?

Più che altro è un modo per continuare a dedicare il mio tempo a una professione che trovo molto stimolante, visto che non sono una traduttrice a tempo pieno. E poi il caso ci ha messo lo zampino. Si può dire che ho iniziato a “collezionare” stanze altrui per gioco. Non si è trattato di un progetto stilato a tavolino. È stato un azzardo. E a quanto pare è risultato vincente.

I traduttori hanno aderito subito con entusiasmo?

Da qualche giorno mi frulla il testa la filastrocca “Un elefante si dondolava sopra il filo di una ragnatela e ritenendo la cosa interessante andò a chiamare un altro elefante. Due elefanti… ecc.” Penso che questo ritornello descriva alla perfezione l’andamento del progetto. All’inizio c’era solo la mia stanza. Ma poi è bastato dare il là e dopo quattro anni il filo continua a dondolare.

C’è anche chi decide di non partecipare per motivi di privacy o altro. Ma fa parte del gioco.

L’iniziativa è riservata a traduttori letterari verso l’italiano?

Per motivi pratici per il momento è riservata a traduttori letterari che lavorano con l’italiano, da o verso. C’è sicuramente un numero maggiore di professionisti italiani, ma non mancano i contributi di coloro che traducono dalla nostra lingua. Mi riferisco alla catalana Anna Casassas che ha raccontato il suo soggiorno alla Casa delle Traduzioni, al britannico Simon Turner, alla greca Flora Mocho, a David Henderson, che purtroppo è venuto a mancare. Tutti, devo dire, hanno fatto lo sforzo di scrivere in italiano e per questo meritano un encomio.

Poi c’è l’apripista Gioia Guerzoni che si è fatta tradurre la stanza in inglese da Frederika Randall.

Ma continuate a seguirci, perché le stanze dei traduttori sono infinite!

Chi ha più voglia di raccontarsi, i traduttori già affermati o comunque con diversi libri tradotti o i traduttori alle prime armi?

Ho ricevuto stanze sia dagli uni che dagli altri.

Pensi che la voglia di visibilità nasconda anche un tentativo di trovare un antidoto alla crisi che ha attraversato l’editoria?

Forse il traduttore con poche pubblicazioni vede nella stanza del traduttore la possibilità di farsi un po’ di pubblicità. Non so se funziona, dovrei chiederlo a chi ha partecipato al progetto.

Non ho ancora letto tutte le stanze, ma alcune sono dei bellissimi microracconti. Sei d’accordo sulla definizione di traduttore che diede qualche anno fa Paola Mazzarelli e cioè quella di «scrittore di traduzioni»?

Hai colto proprio nel segno. Sono d’accordo con te e con la Mazzarelli (senza contare Einaudi e la collana “Scrittori tradotti da scrittori”). Questo è uno dei motivi per cui il progetto si autoalimenta: qui non si parla di teoria della traduzione, non facciamo lezioni, raccontiamo pezzi della nostra vita, infarcita, inevitabilmente, di traduzione. Ogni volta che mi arriva una nuova stanza è un regalo che devo scartare. Non so mai cosa troverò e raramente rimango delusa. Non solo traslocatori di parole, questi traduttori, ma anche scrittori a tutto tondo. Pensiamo, ad esempio, a Monica Pareschi.

Quando scrive di sé, il traduttore si prende sul serio?

Come non esiste una sola traduzione possibile, così non esiste un solo tipo di traduttore, questo è evidente leggendo le stanze. Sicuramente descrivendo la nostra stanza descriviamo anche noi stessi. A occhio e croce direi che non ci prendiamo troppo sul serio. 

Leggendo altre interviste che ti hanno fatto, deduco che ti piacciono i progetti che vanno oltre l’atto del tradurre su commissione, e che abbracciano l’intera filiera editoriale. Mi riferisco a Pensi che ci saremmo potuti conoscere in un bar? Racconti dall’Europa dell’Est . La stessa Stanza del Traduttore non è una pagina in cui parli direttamente di te ma in cui trovano spazio voci altrui. Hai in cantiere altri progetti, per così dire, corali?

È vero, l’aspetto che più mi è piaciuto di quel lavoro è stata la collaborazione con le varie figure dell’editoria e tutto ciò che ruota intorno alla traduzione. Con Tiziana abbiamo spesso pensato di imbarcarci in altri progetti ma per il momento non c’è nulla di concreto, aspettiamo fiduciose che esca l’antologia complementare ai “racconti del bar” e continuiamo a far crescere La stanza del traduttore.

E infine: quanto ti ha assorbito La Stanza del Traduttore? Vorrai mai uscirne?

Mi ci dedico tanto ma mi dà anche soddisfazione. Per questo il blog è ancora vivo. Prima di aprirlo gestivo un forum sulla traduzione di audiovisivi (sottotitoli, doppiaggio, ecc.) ma non era altrettanto appagante e così, dopo qualche anno, l’ho chiuso. Ma con La stanza del traduttore è stato amore a prima vista. A me piace entrare nella vita altrui senza essere invadente, dare una sbirciatina, ecco. E questo blog è un buon compromesso tra la mia discrezione e l’utilità e il piacere che si può offrire al lettore e, contemporaneamente, al traduttore che si racconta. Poi c’è il “salotto” su FB che mi permette di parlare anche d’altro.

Uscirne? Penso di no. Anzi, spero che questa iniziativa diventi qualcosa di più articolato ma per il momento mancano le risorse (economiche) e il tempo. Se poi ti riferivi al lavoro di traduttrice… hai una domanda di riserva?

SILVIA SICHEL.

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