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Manos que dibujan, M.C. Escher

Traducirnos, de Andrés Neuman

«Recuerdo, traduzco a mi amado Larkin: “La noche no ha dejado nada más que mostrar:/ ni la vela ni el vino que dejamos a medias,/ ni el placer de tocarse;/ solamente este signo de tu vida/ caminando por dentro de la mía”.

Amor y traducción se parecen en su gramática. Querer a alguien implica transformar sus palabras en las nuestras. Esforzarnos en entender a la otra persona e, inevitablemente, malinterpretarla. Construir un precario lenguaje en común. Para traducir un texto de manera satisfactoria hace falta desearlo. Codiciar su sentido. Cierta necesidad de poseer su voz. En ese diálogo que alterna rutina y fascinación, conocimiento previo y aprendizaje en marcha, ambas partes terminan modificadas.
El amante se mira en la persona amada buscando semejanzas en las diferencias. Cada pequeño hallazgo queda incorporado al vocabulario compartido. Aunque, por mucho que intente capturar el idioma del otro, lo que al final recibe es una lección acerca del idioma propio. Así de seductora y refractaria es su convivencia. Quien traduce se acerca a una presencia extraña en la cual, de alguna forma, se ha reconocido. El texto le presenta un misterio parcialmente indescifrable y, al mismo tiempo, una suerte de familiaridad esencial. Como si traductor y texto ya hubieran hablado antes de encontrarse.
Traductores y amantes desarrollan una susceptibilidad casi maníaca. Dudan de cada palabra, cada gesto, cada insinuación que surge enfrente. Sospechan celosamente de cuanto escuchan: ¿qué habrá querido decirme en realidad? Amando y traduciendo, la intención del otro se topa con el límite de mi experiencia. Yo me leo leyéndote. Te escucho en la medida en que sepas hablarme. Pero, si digo algo, es porque me has hablado. Dependo de tu palabra y tu palabra me necesita. Se salva en mis aciertos, sobrevive a mis errores. Para que esto funcione, tenemos que admitir los obstáculos: no vamos a poder leernos literalmente. Voy a manipularte con mi mejor voluntad. Lo que no se negocia es la emoción.»
Esta es la nota que el escritor Andrés Nueman me ha enviado para nuestro curso de traducción literaria y competencias trasversales en el Cervantes de Milán. Una breve entrada que él había publicado en su blog Microrréplicas y en la revista de cultura «Ñ» y que luego fue traducida al inglés por George Henson y salió en «World Literature Today», una publicación en línea. Un tema perfecto ya que habla del parecido entre el amor y la traducción (traducir implica intercambios y pasión).
De aquí la idea de traducirla para la columna Medir las palabras, con los participantes (las participantes, si hay hombres que quieran apuntarse no está prohibido) del curso.
A continuación, pueden leer el resultado final del trabajo de las alumnas. No pretende ser una traducción uniforme, ya que incorpora los aciertos de cada participante, que aprovecho para agradecer. Dar clase de traducción significa aprender de las dudas y de las inteligentes aportaciones de las personas que participan. Significa discutir, disentir: ¿serán los aciertos «successi » o bien «scelte azzeccate»? ¿Cómo traducir «traducirnos»? Elegimos «Tradursi» con las ambigüedades que conlleva. Como ustedes se habrán dado cuenta la nota se abre con la cita de unos versos de Philip Larkin, poeta y escritor británico muy amado por Neuman. Hemos encontrado el original inglés del poema. Sin embargo, ya que el autor habla de un recuerdo, hemos considerado texto fuente la versión española de Neuman.
Al final del texto en italiano, he añadido las diferentes soluciones que habían dado algunas de las participantes del curso. Los lectores del blog pueden decidir la que prefieren, ya que cada traductor hace elecciones personales y toma decisiones distintas, consecuentemente cada traducción resulta única. Pero: «Lo que no se negocia es la emoción».

Tradursi

Ricordo, traduco il mio amato Larkin: «La notte non ha nient’altro da mostrare: / né la candela né il vino che lasciammo a metà,/ né il piacere di toccarsi; /solamente questo segno della tua vita /che cammina dentro la mia».
Amore e traduzione si somigliano nella loro grammatica. Amare qualcuno significa trasformare le sue parole nelle nostre. Fare uno sforzo per capire l’altra persona e, inevitabilmente, travisarla. Costruire un precario linguaggio comune. Per tradurre un testo in modo soddisfacente occorre desiderarlo. Ambire al suo senso. Una certa necessità di possederne la voce. Da questo dialogo che alterna quotidianità e attrazione, conoscenza previa e apprendimento in atto, tutte e due le parti escono modificate.
L’amante si specchia nella persona amata cercando somiglianze nelle differenze. Ogni piccola scoperta resta incorporata al vocabolario condiviso. Anche se, per quanto tenti di catturare la lingua dell’altro, ciò che alla fine riceve è una lezione sulla propria lingua. Tanto seducente e refrattaria è la loro convivenza. Colui che traduce si avvicina a una presenza estranea in cui, in qualche modo, si è riconosciuto. Il testo gli presenta un enigma in parte indecifrabile e, al tempo stesso, una specie di familiarità essenziale. Come se traduttore e testo si fossero già parlati prima di incontrarsi.
Traduttori e amanti sviluppano una suscettibilità quasi maniacale. Dubitano di ogni parola, di ogni gesto, di ogni insinuazione che sorge davanti a loro. Sospettano gelosamente di ciò che sentono: cosa avrà voluto dirmi in realtà? Amando e traducendo, l’intenzione dell’altro cozza contro il limite della mia esperienza. Io mi leggo leggendoti. Ti ascolto a condizione che tu sappia parlarmi. Ma, se dico qualcosa, è perché mi hai parlato. Dipendo dalla tua parola e la tua parola ha bisogno di me. Si salva nei miei successi, sopravvive ai miei errori. Perché questo funzioni, dobbiamo accettare gli ostacoli: non potremo leggerci letteralmente. Ti maneggerò con le migliori intenzioni. Ciò che  non si negozia è l’emozione.

Ricordo, traduco il mio amato Larkin: «La notte non ci ha lasciato altro da mostrare,/ né le candele, né il vino lasciato a metà,/ né il piacere di toccarsi;/ solo questa traccia della tua vita/ che cammina dentro la mia».
MERCEDES

Ricordo, traduco il mio amato Larkin: «La notte non ha lasciato più nulla da mostrare,/ né la candela, né il vino che abbiamo lasciato a metà,/ né il piacere di toccarsi;/ solamente questo segno della tua vita/ che cammina dentro la mia».
CHIARA ZITO

Ricordo (quando) traducevo il mio amato Larkin: «La notte non ha lasciato altro da mostrare,/ né la candela, né il vino lasciato a metà,/ né il piacere di toccarsi;/ soltanto questa traccia della tua vita/ che si addentra nella mia».
CARLA

Rammento, traduco l’amato Larkin: «La notte non ha lasciato nient’altro da mostrare,/ non la candela, né il vino bevuto a metà,/ o il piacere di toccarsi;/ soltanto questo segno/ della tua vita che cammina nella mia».
ANNA

Ricordo, traduco il mio amato Larkin: «La notte non ha altro da rivelare,/ né la candela, né il vino che lasciammo a metà,/ né il piacere di toccarsi;/ solamente questo segno della tua vita/ camminando nella mia».
SARA

Ricordo, traduco il mio amato Larkin: «La notte non ha lasciato altro da vedere./ Non il vino a metà bevuto, non il lume,/ non del toccarsi la gioia; solo quest’orma/ della vita tua che nella mia cammina».
MARIA LUISA COLLI

Ricordo, traduco il mio amato Larkin: «La notte non ci ha lasciato più nulla da mostrare:/ né la candela, né la bottiglia di vino lasciata a metà,/ né il piacere di toccarsi;/ solamente questo segno della tua vita/ che cammina dentro la mia».
DANIELA REGGIO

Ricordo, stavo traducendo il mío amato Larkin: «La notte non ha lasciato nient’altro da mostrare:/né la candela, né il vino lasciato a metà/ne il piacere di toccarsi;/solo questo segno della tua vita/che scorre dentro la mia».
ELETTRA MOSCATELLI

 

SILVIA SICHEL.

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